Buona notte e sogni… lucidi
11 Luglio 2009 at 18:38 | In Attualità | 1 CommentE’ ormai da tempo che mi sto interessando ad un fenomeno sconosciuto alla maggior parte delle persone e molto affascinante e curioso. Navigando senza meta nell’immenso oceano di internet mi sono imbattuto in una strana definizione, quella di sogno lucido.
Def.: L’onironautica, o sogno lucido (dall’inglese lucid dream), è un’esperienza durante la quale si può prendere coscienza del fatto di stare sognando. Il sognatore in questione, detto onironauta, può quindi, con la pratica, esplorare e modificare a piacere il proprio sogno. (Fonte: Wikipedia)
Già da questa definizione è impossibile rimanere impassibili alle grandissime possibilità che questo fenomeno offre; il cervello umano rimane ancora oggi per la maggior parte un’incognita e sicuramente è capace di cose che non possiamo nemmeno immaginare. Lo studio dei sogni è troppo spesso ed erroneamente associato alle arti magiche di predizione del futuro e a quella non-scienza che è l’astrologia; molti studiosi di fama mondiale si sono interrogati sul perchè dell’esistenza dei sogni, sul loro scopo e sul loro significato. La “scoperta” del sogno lucido ha aiutato a rispondere a piccole domande che non riescono ancora a dare un quadro completo sul fenomeno in generale ma che hanno dato la possibilità di ricreare artificialmente tale capacità in modo da poterla studiare meglio e renderla accessibile a tutti.
In generale tutti siamo in grado di prendere coscienza durante i sogni, la barriera che spesso ce lo impedisce è costituita dall’abitudine e dal pensare comune che relega l’arte del sogno ad essere una semplice e naturale esperienza notturna. Molti studi hanno dimostrato che i bambini, prima di subire le influenze della società moderna, sono molto abituati ad avere tali esperienze e che questa capacità viene meno quando le regole imposte dalla società insegnano al bambino a pensare in una determinata maniera. Tale tesi è avvalorata dal fatto che questa tipologia di manifestazione è più comune nei paesi orientali dove la mentalità dell’individio è totalmente diversa da quella occidentale e più concentrata sullo spirito e sull’astratto.
Riprendendo quello scritto poco prima, gli studiosi sono riusciti a dare un’ incompleta spiegazione tecnica e scientifica al fenomeno riuscendo a inventare alcune tecniche in grado di portare l’individuo a sperimentare tale manifestazione. La maggior parte di tali tecniche riguardano il lavoro individuale e interiore che necessità costanza, pazienza, dedizione e concentrazione. Con un po’ di fortuna e abbastanza impegno è possibile avere risultati in poco tempo anche se questi potrebbero risultare, inizialmente, insoddisfacenti, dato il basso grado di lucidità che si potrà raggiungere. Parlando della mia esperienza personale, posso affermare che lo scetticismo che principalmente caratterizzava il mio interesse in un primo momento, si è ora trasformato in un credo profondo essendo riuscito a sperimentare in prima persona tale cosa e avendola trovata di una sensazionale bellezza. La capacità di poter controllare i propri sogni può essere tanto divertente quanto utile; è possibile vivere esperienze di fatto impossibili, vivere situazioni impensabili e incredibili, provare emozioni sconosciute.
Dato che questo intervento sta diventando alquanto lungo, mi rendo conto che le cose da dire sono fin troppe per un solo post. Per ora quindi chiudo qui promettendo agli interessati di continuare su questo argomento più avanti. Data la mia nota passione per il cinema, vi consiglio un film che tratta di questo argomento e che personalmente amo molto; Waking life. Nei prossimi post mi piacerebbe approfondire le varie tecniche di induzione e riflettere sul modo in cui nel passato si guardava a questo fenomeno.
Credo che da questo post si capisca anche in parte da dove deriva la scelta per l’intestazione di questo blog.
Coraline e la porta magica
22 Giugno 2009 at 21:14 | In Cinema | 3 CommentsL’affascinante tecnica dello stop motion torna a farsi notare al cinema offrendo un buonissimo prodotto. Dal poco noto regista di “The nightmare before Christmas“ Henry Selick, ecco la storia di una ragazzina dal forte carattere che impara a distinguere il bene dal male, anche quando quest’ultimo si nasconde dietro i vividi colori di un mondo affascinate, attraente ma troppo perfetto.
Coraline e la porta magica è la definitiva prova che ormai i film d’animazione riescono molto più di quelli girati in live action a raccontare storie originali, interessanti e con lo scopo di trasmettere qualcosa di importante. E’ davvero interessante notare questo particolare di non poco conto perchè fino a poco tempo fa si pensava al “cartone animato” come ad un film il cui scopo era lo svago, diretto ad un target ben preciso mentre ora sono sempre più presenti film che, realizzati con queste tecniche, si rivolgono ad una sfera di pubblico più ampia, permettendo anche agli adulti di godere delle meraviglie che tali film, spesso, offrono.

Henry Selick, già da tempo pioniere nel dirigere film in stop motion, si dimostra ancora una volta all’altezza del compito e riesce ad impacchettare un film davvero interessante sotto tutti i punti di vista ma purtroppo anch’esso non esente da piccoli problemi e difetti che non lo rendono il capolavoro che ci si potrebbe aspettare. La regia di Selick offre infatti alcuni spunti particolarmente attraenti, soprattutto nelle sequenze dell’”altro mondo”, creando movimenti di macchina che, uniti al facino del 3D, portano lo spettatore a provare vero e proprio stupore e a rimanerne incantato. La storia, adattamento di un romanzo di Neil Gaiman, è ben raccontata e permette una perfetta caratterizzazione dei personaggi principali, punto forte dell’intero film. La mancanza di un ritmo sostenuto caratterizzante tutto l’arco narrativo, rende il tutto un po’ troppo lento, cosa che potrebbe rendere a tratti noiosa la visione.
Cercando di analizzare il nuovo aspetto tecnico rappresentato dal 3D ci si ritrova finalmente davanti alla prova che questa tecnica uno scopo, oltre all’intrattenere, ce l’ha; la maggior tridimensionalità presente nell”altro mondo” può essere spunto di riflessione oltre al fatto che vengono accentuate alcune parti che rendono molto oniriche certe sequenze, un’eperienza da provare. Le musiche sono purtroppo poco incisive e si sente la mancanza di un tema centrale di carattere che si faccia ricordare anche dopo la visione.
Sommato tutto, il film rimane un prodotto di tutto rispetto che si distingue nella desolazione cinematografica presente in questo periodo, un film che riesce a trasmettere qualcosa che fa provare emozioni contrastanti e che fa uscire dalla sala per una buona volta soddisfatti.
Angeli e demoni
28 Maggio 2009 at 21:11 | In Cinema | 4 CommentsUna breve tregua dagli esami universitari mi permette di dedicarmi un pochino a questo blog e a spendere qualche ora al cinema con gli amici.
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Nella saga cinematografica diventa il sequel de “Il codice Da Vinci” anche se cronologicamente, nel dittico letterario, le storie narrate in “Angeli e Demoni” si svolgono prima. Ron Howard torna dietro la macchina da presa per raccontare la nuova “avventura religiosa” di Robert Langdon, ancora interpretato da Tom Hanks, regalando un thriller un po’ vuoto e piatto.
Tratto dal primo libro di Dan Brown, Angeli e demoni parla del primo caso sottoposto all’ormai famoso esperto di simboli Robert Langdon che si trova a dover trovare un percorso nascosto tra le vie di Roma per individuare una bomba che, nel momento più vulnerabile della chiesa cattolica, minaccia di far sparire dalla faccia della terra la Città del Vaticano. Ron Howard è sicuramente un ottimo regista; è capace di alternare progetti di grande valore a prodotti d’intrattenimento e meno impegantivi ottenendo sempre e comunque molto successo. Angeli e demoni rimane però purtroppo un film ben girato, con ottime musiche e interpretazioni nella norma, un film che non lascia il segno e che nell’odierno panorama cinematografico non porta alcuna novità.
Registicamente parlando il lavoro svolto è eccellente, il regista è capace di utilizzare la macchina da presa come vera e propria protagonista del film, con un montaggio ben orchestrato il film rimane gradevole anche se non mancano difetti e imperfezioni. La sceneggiatura, come lo era già per “Il codice Da Vinci”, è il punto debole del film. Probabilmente parte del problema risiede nel tipo di storia da raccontare che richiede troppe spiegazioni che rendono il film troppo poco costante e lineare, i cali di ritmo sono dunque numerosi e non permettono allo spettatore di mantenere quello stato di ansia e “agitazione” che un buon thriller dovrebbe saper donare. Le interpretazioni sono, come detto, nella norma; Tom Hanks si comporta bene nei panni del simbolista e riesce a riproporre lo stesso personaggio presentato ne “Il codice Da Vinci”. Come al solito, Hans Zimmer propone una score molto adatta ed emozionante, le musiche sono un riadattamento dei temi del primo film con qualche novità; sicuramente la colonna sonora è ottima da ascoltare singolarmente, nel film viene forse un po’ sacrificata diventando troppo ripetitiva nei vari momenti della pellicola.
Tutto sommato Angeli e Demoni è un buon sequel, migliore del film precedente ma che rimane su un livello di mediocrità troppo comune nel cinema d’oggi. Contenuti poco interessanti, sceneggiature che presentano dialoghi mal scritti, personaggi poco attraenti e realistici sembrano ormai essere le caratteristiche principali del cinema moderno, fortunatamente con qualche eccezione. Speriamo che Ron Howard presto ci regali un altro film al livello del bellissimo “Frost/Nixon”.
La vera crisi
23 Aprile 2009 at 19:00 | In Attualità | 3 CommentsE’ ormai noto a tutti che siamo in un periodo congiunturale non molto felice per l’economia mondiale. I telegiornali, le riviste, i giornali, i siti internet e qualsivoglia strumento di informazione esistente al giorno d’oggi fa il suo dovere e cerca di informare la gente delle possibilità e delle previsioni per il prossimo futuro nella speranza che questo brutto momento passi presto. Personalmente, in questo spazio, vorrei concentrarmi su un’altra crisi, forse ancora più importante di quella economica che ci portiamo dietro da molto più tempo ma che sembra interessare a pochissime persone. In occasione dell’ormai trascorso 22 Aprile, giornata mondiale della terra, sento il bisogno di scrivere due parole su quella che è, a mio parere, la vera crisi.

Il nostro pianeta sta soffrendo più che mai, l’inquinamento minaccia l’esistenza di tantissime specie animali importantissime per l’ecosistema come anche la nostra stessa vita che, solamente a causa nostra, è in pericolo. Sono sicuramente parole forti ma assolutamente non esagerate; il 38% delle specie animali potrebbe presto estinguersi se non cambiamo il nostro modo di vivere, con l’arrivo dell’uomo sulla terra la velocità di estinzione delle specie animali si è moltiplicata per mille mettendo a repentaglio l’esistenza di animali anche molto comuni come le tigri e gli elefanti.
Gli oceani sono coperti da vere e proprie isole fatte d’immondizia, soprattutto materiali plastici che non sono biodegradabili, non si scompongono in sostanze naturali e che sono solamente soggette a fotodegradazione che causa la loro suddivisione in piccolissime particelle sempre di materiale plastico che uccidono la fauna marittima e rimangono in acqua fino a 500 anni. L’inquinamento delle acque è solamente la punta dell’iceberg perchè, come ben sappiamo, sono molto preoccupanti anche le situazioni dell’aria e della terra. Il ben noto buco dell’ozono cresce senza arrestarsi un momento e il surriscaldamento globale crea cambiamenti climatici repentini e tanto importanti da creare catastrofi che a quel punto ci fanno rendere conto della grande portata di questo problema.
Visto però che prevenire è meglio che curare, perchè allora non ci rimbocchiamo le maniche e non ci impegnamo nel migliorare la situazione? La risposta è semplice, la maggior parte delle persone sottovaluta il problema ritenendolo di minore importanza rispetto alle vicende della vita di tutti i giorni, non provando sulla propria pelle le conseguenze di questo menefreghismo generale non si è nella condizione di capire veramente la portata della crisi. Visto che l’essere umano è però dotato della capacità di ragionamento e non è solamente spinto dall’istinto (in questo caso forse sarebbe meglio che fosse così), sarebbe sensato e molto utile cercare di capire e proiettarsi in quello che potrebbe essere il futuro di casa nostra se continuassimo a comportarci così; in questo caso, con un minimo sforzo, molta gente si renderebbe conto di quello che sta avvenendo e forse incomincerebbe ad adoperarsi per qualcosa di veramente importante.

Il punto di non ritorno non è ancora stato oltrepassato e siamo ancora in tempo per migliorare decisamente la situazione. Con semplicissimi e piccoli accorgimenti potremmo senza alcuno sforzo contribuire in prima persona a salvare il nostro pianeta. Facendo una doccia meno lunga del solito risparmieremmo tantissima acqua, spegnendo il computer mentre non siamo a casa al posto di lasciarlo in standby e modernizzandoci con tecnologie pulite risparmieremmo tantissima energia inquinando di meno, organizzandoci con gli amici utilizzando una sola macchina per andare a scuola o utilizzando i mezzi pubblici contribuirebbe a ridurre l’emissione di gas nocivi. Trovo inoltre veramente vergognoso che in alcune parti d’Italia, ancora al giorno d’oggi, non si conosca il significato di “raccolta differenziata”, metodo importantissimo per evitare lo spreco.
E’ vero anche che un grande sforzo deve provenire dagli Stati del mondo, dalle grandi organizzazioni internazionali e dalle grandi multinazionali che sono in primisi responsabili di questa situazione. Mi rendo conto che la cosa non è semplice come sembra perchè gli interessi in gioco sono di grandissimo valore ma qui più che mai l’amore per la nostra casa deve prevalere sull’interesse economico e personale che spinge molte persone a trascurare quello che è veramente importante.
Ho scritto questo intervento oggi perchè credo sì nell’importanza della giornata mondiale della terra ma credo anche che dovrebbe esserlo tutti i giorni.
In terapia con Paul
19 Aprile 2009 at 15:45 | In Serie TV | 3 Comments
Ultimamente mi sono avvicinato parecchio alle serie televisive americane e inglesi. Non molto tempo fa il mio interesse per questo genere di prodotto si fermava alle più note serie televisive trasmesse sui canali pubblici italiani e niente più di questo. La mia sempre più grande passione per il cinema e per la recitazione mi hanno portato ad avvicinarmi ai telefilm proprio per il fatto che spesso sono molto più interessanti dei film, propongono storie più complesse, lunghe, interessanti, originali con svariati tipi di personaggi che danno la possibilità agli attori che li interpretano di offrire interpretazioni molto spesso di alta qualità e molto differenti tra loro. Così, nell’ultimo periodo mi sono ritrovato a seguire ben 5 diverse serie televisive contemporaneamente ed in più in lingua originale sottotitolate per assaporare ancora di più il gusto della vera recitazione e per evitare di dover attendere lunghissimi tempi prima di vederli doppiati in televisione.
Una di queste serie TV che mi stanno appassionando di più, sia per le storie che racconta che per il modo in cui le racconta è In treatment. In treatment è una serie televisiva particolare perchè segue Paul Weston, uno psicoterapeuta, durante il suo lavoro. Le varie puntate che compongono la serie televisiva non sono altro che le sedute psicoterapeutiche di quattro diversi personaggi, tutti con problemi diversi e caratteri differenti, che si recano settimanalmente da Paul per parlare dei loro problemi e per trovarne una soluzione.

La bellezza di questa serie TV, nonostante la sua estrema staticità, che potrebbe sembrare un limite, sta tutta nelle ottime sceneggiature che costruiscono storie profondamente interessanti con dialoghi assolutamente perfetti e stupendi da seguire. Gabriel Byrne, interprete di Paul Weston e che per questo ruolo ha recentemente vinto un Golden Globe, è bravissimo a trasformarsi in un personaggio estremamente professionale, lavoratore ma anch’esso umano e pieno di pregi e difetti. La prima stagione, andata in onda nel 2008, ha riscosso molto successo ed è davvero sorprendente ed interessante perchè, senza essere complicata, scava molto nella psicologia dei personaggi, riuscendo a creare storie multidimensionali, molto profonde e realistiche. In queste settimane sta andando in onda l’attesissima seconda stagione, con nuovi pazienti, nuovi problemi e molte novità. Per ora, sembrerebbe che la serie non abbia perso la sua brillantezza e la sua profondità, perchè i nuovi personaggi sono tanto interessanti e multisfaccettati quanto quelli della prima stagione.
Gli episodi vanno in onda la domenica e il lunedì sera (in USA) per un totale di cinque episodi a settimana (uno per ogni paziente). Sperando in una terza serie e continuando ad aspettare, con molta ansia, ogni nuova puntata di questa, per ora incredibile, seconda stagione, non mi resta che consigliare a tutti di recuperare tutti gli episodi dalla prima serie perchè ne vale proprio la pena.
Ogni tanto, quando sono un po’ giù e magari faccio fatica a trovare una soluzione a qualche stupido problema esistenziale vorrei esistesse qualcuno come Paul Weston che mi dia una mano.
E 2…
3 Aprile 2009 at 22:13 | In About me | 3 Comments… sono le decine! Il 3 Aprile è ormai quasi passato anche quest’anno, puntuale come sempre. Il tempo non si ferma mai, continua a correre veloce senza fermarsi un momento, e meno male che è così…
Un lontano Lunedì di un ormai lontano anno nascevo io. Con un rapido calcolo della mia mente geniale posso affermare di aver vissuto da quel giorno precisamente per: 239 mesi, anzidette 1043 settimane, che vuol dire 7304 giorni, in ore 175279, come anche 10516780 minuti, esagerando 631006853 secondi e infine 631006853158 millesimi di secondo… mica male. E pensare che quei numeri cambiano costantemente ad ogni minimo ed impercettibile avanzamento del tempo. Il tempo è forte, è potente, è un vincolo che sottomette tutti; e’ qualcosa che non sopportiamo, qualcosa che odiamo ma che ci fa chiamare quello che facciamo vita. Alcune culture orientali sono convinte dell’inesistenza del tempo, esiste solamente il “qui e ora”. Sono contento di credere nella sua esistenza, di poter chiamare passato il passato e di poter sperare di avere un futuro. Senza tempo non ci sarebbero ricordi, non ci sarebbe esperienza, non ci sarebbe abitudine, non ci sarebbe scoperta. Il tempo passa e se ne va, e ne sono contento.
Il tempo ci regala tante cose come anche ce ne toglie tante, la vita senza tempo non avrebbe un senso, la consapevolezza della sua esistenza ci induce a vivere al meglio delle nostre possibilità, ad assaggiare il nuovo, a scoprire e a cercare, a diventare felici. Ho raggiunto un traguardo che guarderò per sempre con felicità perchè quello che sarò sarà una diretta conseguenza di quello che sono oggi. Questo giorno segna un passaggio importante, mi ricorda quello che ero perchè oggi è arrivato in questo modo grazie a quello che un giorno è accaduto.
Forse vi starete chiedendo se forse non sto prendendo troppo sul serio questa giornata. Può darsi, ce ne saranno tante altre nella mia vita (spero), ma trovo bello potersi fermare un attimo ad assaporare l’importanza di ogni singola giornata, di ogni singolo momento della vita; credo che questo possa aiutare a vivere meglio, per questo lo faccio. Mi rende felice.
Gran Torino
21 Marzo 2009 at 17:58 | In Cinema | 3 CommentsE’ necessario il sacrificio di qualcuno per porre fine alla violenza generatrice di violenza, c’è bisogno che qualcuno si faccia da parte perchè il mondo è cambiato. I valori di una volta a cui si credeva fermamente e per i quali si combatteva vengono schiacciati e hanno perso la loro importanza, questo è il mondo di oggi.
Walt Kowalski è un veterano della guerra in Corea e, vedovo da poco, si ritrova a vivere da solo nella sua casa in un quartiere dove ormai vivono solamente stranieri, cinesi di etnia Hmong. Razzista e poco socievole è in conflitto con la sua famiglia, non ha un buon rapporto con i suoi figli nè con i suoi nipoti perchè vede in loro la degenerazione di quei valori per i quali ha combattuto. L”unica cosa che lo rende fiero e felice è la sua preziosa Ford Gran Torino. Una serie di avvenimenti porteranno Walt a ricordare i brutti momenti del passato e a rivelare parti di se stesso nascoste da sempre.

Clint Eastwood è ormai una garanzia, ogni film che dirige merita le migliori lodi possibili e questo Gran Torino non è da meno. Le storie portate al cinema dal regista/attore sono sempre originali e poco scontate; nel panorama del cinema odierno, sovraffollato di film fotocopia, sequel e remake, si sente la forte necessità di storie come queste, genuine, vere, profonde, attuali e con un forte significato. Gran Torino analizza principalmente il tema del razzismo e della globalizzazione, del loro effetto sulle persone e di ciò che ne consegue. In questo contesto si inserisce il personaggio interpretato dall’ottimo Clint che non poteva scegliere ruolo migliore per dire addio alla carriera di attore. Walt Kowalski si evolve durante tutta la vicenda, inizialmente disgustato dalla presenza di così tanti stranieri nel suo quartiere si ritroverà poi a socializzare con loro e a condividere il suo tempo scoprendo di avere più cose in comune con loro che con la sua famiglia. Il razzismo dapprima caratterizzante la sua persona si dimostra poi essere soltanto uno scudo sotto il quale nascondere la sua paura, il suo senso di colpa, il suo profondo rimorso frutto di un passato vissuto in guerra, una guerra che lo ha distrutto perchè, come dice lui stesso: “Quello che ossessiona di più un uomo è ciò che non gli è stato ordinato di fare”. Tutto questo traspare dall’interpretazione di Easwood in modo eccellente, la continua espressione tirata e tesa sul suo volto racconta già da se il personaggio.
Come detto prima la storia è di quelle che non se ne vedono molte in giro. Merito di una sceneggiatura scorrevole e pregna di momenti forti e significativi, lo spettatore viene coinvolto in un turbinio di emozioni che crescono ad ogni secondo che passa fino al commovente finale. Interessante e di grande importanza è il personaggio del giovane prete che, con la sua insistenza e le sue parole, riesce a scavare nell’animo del protagonista e a fargli smuovere qualcosa all’interno che in qualche modo lo cambia. Uno dei tanti pregi del film è rappresentato dal fatto che non è mai noioso e che riesce a presentare momenti più leggeri e anche divertenti, giocando soprattutto sulle differenze e sulle incomprensioni tra le varie culture, in modo prefetto e mai fuori luogo. Le musiche giocano un ruolo importante, soprattutto nei momenti in cui si ripropone il motivo della guerra che rappresenta per il protagonista un necessario ritorno al doloroso passato. La prevedibilità del finale in altri film sarebbe un problema ma in questo non lo è perchè il finale è quello giusto. E’ difficile vedere un film che abbia una fine soddisfacente e, fortunatamente, Gran Torino, è uno di quelli. Sarei rimasto male nel vedere il film con una fine diversa proprio perchè quella effettiva è quella più adatta.
Insomma, Gran Torino è un film che merita un posto tra i grandi film di Clint Eastwood che sembra non essere mai stanco di fare capolavori. Mi stupisce il fatto che i suoi ultimi due film, “Changeling” e appunto “Gran Torino”, non siano stati presi in considerazione dall’Accademy per la serata degli Oscar ma questo non mi turba. Ora il buon Clint è già al lavoro sul suo prossimo film, “The human factor”, che già si preannuncia come un ennesimo grande film.
The wrestler
12 Marzo 2009 at 22:26 | In Cinema | 2 CommentsRandy “The Ram” Robinson era un wrestler professionista di successo alla fine degli anni ‘80. Venti anni dopo si paga da vivere esibendosi davanti ai suoi fan su piccoli ring nelle palestre dei licei e in piccoli tornei nel New Jersey; durante un incontro molto duro un infarto lo colpisce e lo costringe a chiudere definitivamente con il wrestling. Questo lo constringe a confrontarsi con se stesso, a guardarsi indietro e a riflettere sulla sua vita.
Finalmente è uscito anche nelle sale italiane l’acclamato film di Darren Aronofsky con Mickey Rourke, Marisa Tomei e Evan Rachel Wood. Voglio scrivere fin da subito che una volta finito il film sono rimasto incollato allo schermo per tutti i titoli di coda perchè mi ha davvero colpito molto. Un film estremamente struggente, doloroso e profondo. La storia mi ha toccato nell’animo emozionandomi come pochi film sanno fare. Gran parte del merito per questo risultato va sicuramente ad una grandissima interpretazione di Mickey Rourke che non sembra nemmeno recitare, si è trasformato nel personaggio diventando Randy Robinson; con la visione del film mi dispiace ancora di più per la mancata vittoria agli Oscar dell’attore che avrebbe davvero meritato. La vicenda narrata è semplice, lineare e scorrevole ma allo stesso tempo estremamente complessa e articolata perchè riesce, senza troppi giri di parole, a raccontare benissimo la situazione di un uomo che si ritrova a dover affrontare le sue paure. Il timore nel doversi confrontare con se stessi e con quello che gli altri vorrebbero vedere, la voglia ritrovata di ricostruire un’esistenza ricominciando dai rapporti umani che si hanno trascurato, il disagio provato nel trovarsi in una situazione che non si sente come propria, il dover per forza di cose essere quello che non si è.
Il lavoro di Darren Aronofsky dietro la macchina da presa è delicato ma significativo, l’uso della camera a spalla sottolinea l’incertezza e la paura del personaggio nei momenti in cui è a disagio anche se all’inizio potrebbe dare un po’ fastidio, non troppo invadente e quasi invisibile il regista firma un ottimo lavoro, in perfetta linea con la storia raccontata. Punto vincente, oltre agli attori, è sicuramente la colonna sonora firmata Bruce Springsteen, anch’essa delicata quando deve e forte e potente in altri momenti. La ricostruzione del mondo del Wrestling è quella che nessuno si aspetterebbe, la spettacolarità degli incontri e i deliziosi momenti “dietro le quinte” impreziosiscono ancora di più il film.
Difficile fare una critica su un prodotto che mi ha colpito così tanto, trovo difficile riuscire a vedere difetti importanti. Probabilmente l’unica cosa che non mi ha convinto pienamente è il personaggio di Evan Rachel Wood e di conseguenza la sua interpretazione che non mi ha colpito molto, prendendo comunque in considerazione il fatto che ha un ruolo molto limitato. Infine ho apprezzato molto, non so bene il perchè, il nero un po’ prolungato prima dei titoli di coda, mi ha letteralmente incantato, i pensieri in testa giravano come trottole ed ero quasi spaesato dopo un finale molto particolare e proprio per questo entusiasmante.
Non mi resta che consigliare a tutti la visione del film che secondo me poteva benissimo ricevere qualche riconoscimento in più di quello che ha effettivamente ottenuto. Difficile rimanere indifferenti davanti ad un prodotto tanto curato, come anche riuscire a trattenere le emozioni in presenza di una storia come questa; in fondo non è la storia di un uomo qualunque, è la storia di un wrestler.
And the Oscar goes to…
23 Febbraio 2009 at 19:47 | In Cinema | 6 CommentsUna delusione. Ho sperato fino alla fine in una specie di miracolo, credevo nella possibilità di una nottata sorprendente e piena di cose inaspettate e piacevoli ed invece tutto è andato come si poteva prevedere da tempo, pochissime sorprese, show abbastanza piatto, incolore fino a diventare quasi noioso.
Slumdog Millionaire porta a casa ben 8 statuette dorate, alc
une delle quali assolutamente incomprensibili; un risultato alquanto esagerato, soprattutto prendendo in considerazione i diretti avversari del film di Danny Boyle che, secondo chi scrive, avrebbero meritato più riconoscimenti. I premi per le categorie più importanti (Miglior film e regia) a pochi giorni dalla cerimonia, con la consegna degli ultimi premi di categoria, erano quasi scontati anche se da parte mia poco comprensibili dato che ritengo Slumdog Millionaire un film godibile, ben diretto e ben scritto ma non proprio meritevole di un premio tanto prestigioso quanto l’Oscar. Il curioso caso di Benjamin Button vince solamente per il numero di nomination, infatti su 13 candidature riesce a portare a casa solamente 3 statuette e tutte in categorie tecniche (Miglior trucco, effetti visivi e scenografie), questo a parere mio doveva essere il film vincitore in assoluto perchè ottimo sotto tutti gli aspetti, migliore in tutto e per tutto a The millionaire.
Una piccola sorpresa proviene dalla vittoria di Sean Penn come miglior attore protagonista per Milk a discapito della più prevedibile vittoria di Mickey Rourke che rimane invece a bocca asciutta. Un’ emozionatissima Kate Winslet porta finalemente a casa il premio che le spetta da tempo anche se sembra più un riconoscimento alla carriera e per le numerose candidature fallite dell’attrice dato che la sua interpretazione in The reader è inferiore a quelle delle sue concorrenti. Facili da prevedere le vittorie di Heath Ledger, oscar postumo per il ruolo de il Joker ne Il cavaliere oscuro, e di Penelope Cruz nelle categorie per miglior attore/attrice non protagonista.

Wall•e vince solamente come Miglior film d’animazione, cosa per me abbastanza scandalosa; meritava assolutamente la vittoria anche nelle categorie Miglior colonna sonora, per lo stupendo il lavoro di Thomas Newman (Prima o poi lo vincerà un Oscar?) e Canzone per film, per Down to earth di Peter Gabriel, entrambe vinte inspiegabilmente da Slumdog Millionaire. Un po’ meno amara la sconfitta nella categoria Sound editing vinta meritatamente da Il cavaliere oscuro.
Per il resto, la parte migliore dello show è sicuramente Hugh Jackman che prepara uno spettacolo interessante in parte, con un’apertura molto apprezzabile e divertente dove dimostra doti canore invidiabili insieme ad una grandissima Anne Hathaway. Divertentissimo Jack Black, che insieme a Jennifer Aniston, presenta in un modo alquanto inusuale, ma non per lui, la categoria dei film d’animazione.
Infine, vorrei non farlo, ecco gli imbarazzanti risultati delle mie, troppo speranzose, pervisioni (Ricordo che riguardano solamente le categorie più importanti). Su 10 categorie ne ho indovinate solamente… 5! Se inventassero un Oscar per le migliori previsioni non avrei alcuna possibilità di vincere. Un risultato alquanto deludente.
Tre in uno…
8 Febbraio 2009 at 18:31 | In Cinema | 3 CommentsRecentemente, nonostante il periodo abbastanza impegnativo, sono riuscito ad andare al cinema spesso e a vedere quindi alcuni dei film che più mi interessavano.
Milk
Questo film è essenzialmente una perfetta ricostruzione storica della vita di Harvey Milk, primo uomo omosessuale a coprire una carica politica pubblica negli Stati Uniti d’America. Tutto il film è un vortice di emozioni continue. E’ impossibile non affezionarsi ai protagonisti grazie alle ottime interpretazioni di tutto il cast, soprattutto quella di Sean Penn che merita l’Oscar. Tutto il reparto artistico ha fatto un ottimo lavoro: ambientazioni, costumi, scenografie, tutto perfettamente credibile. Gus Van Sant firma una regia coinvolgente e il montaggio crea un continuo senso di attesa e di speranza. Nonostante l’esito della vicenda lo si conosca fin dall’inizio, la parte finale rimane molto d’effetto e funziona molto bene. Un film attualissimo nonostante si parli del passato, si parla di temi attuali in chiave storica, non c’era periodo migliore per fare questo lungometraggio. Lo consiglio vivamente a tutti.
Revolutionary Road
L’illusione della perfezione, la paura del cambiamento, la consapevolezza del fallimento e la ricerca di una soluzione. Il film di Sam Mendes parla di tutto ciò. Raccontando la storia di una famiglia apparentemente perfetta si approfondiscono temi importanti, attuali e molto presenti nella vita di tutti. Una visione triste e pessimistica della concezione comune di felicità. I temi molto interessanti sono trattati bene, la storia è adatta ma si fa troppa fatica ad avvicinarsi ai protagonisti, è difficile immedesimarsi in loro nonostante le ottime prove attoriali, Kate Winslet e Leonardo di Caprio formano una coppia formidabile. Una visione più ampia della vicenda avrebbe sicuramente aiutato il film a rimanere più impresso nella mente dello spettatore. La regia è ricca di spunti interessanti e la ricostruzione storica ed ambientale del tempo è perfetta. Nota molto positiva è rappresentata dalle musiche, esse accompagnano l’evolversi della vicenda in modo delicato e molto aderente. Personalmente mi aspettavo qualche cosa in più ma rimane un film di ottima fattura.
Il dubbio (Doubt)
“Il dubbio è un vincolo potente quanto la certezza”. Con queste parole Padre Flynn, interpretato da un ottimo Philip Seymour Hoffman, apre uno dei suoi sermoni domenicali, non ci sono parole migliori per descrivere il film che racconta la sua storia. La razionalità e la ragione sono spesso offuscate dalla certezza e dalla convinzione derivanti da ipotesi e supposizioni diventate fatti reali grazie all’influenza dell’egoismo e della natura stessa dell’uomo che è difficile da modificare nonostante l’evoluzione del mondo lo richieda; così nasce lo splendido conflitto che da origine alla storia de “Il dubbio”. Un ottimo film, interpretazioni perfette, tutti i personaggi sono raccontati a 360° e offrono personalità molto interessanti, tutte diverse e tutte ben approfondite. Il regista, tramite impercettibili movimenti di camera e strane angolature, rende il film mobile e dona un senso di incertezza nello spettatore che si ritrova molto coinvolto. Unica pecca è forse la troppa semplicità e linearità della trama, qualche complicazione in più avrebbe reso sicuramente la vicenda più coinvolgente che rimane comunque molto ben raccontata. Si poteva osare di più.
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