Up
19 Ottobre 2009 at 10:33 | In Cinema | 7 CommentsI desideri della vita sono una delle cose più belle e speciali che la nostra realtà ci propone, il solo fatto di poterli sognare li rendono speciali e il fatto di poterli un giorno realizzare rende la nostra esistenza felice e piena di soddisfazioni. E’ con i sacrifici che si raggiungono i risultati migliori e spesso è necessario rinunciare a qualcosa di importante per un bene più profondo.
Carl Fredricksen è un uomo solo, vedovo e con un grande sogno; per tutta la vita ha sognato di raggiungere il sud America e di poter realizzare il desiderio che lo accomuna alla sua anima gemella, Ellie. Un giorno, a causa di un imprevisto, la sua vita cambia e si concretizza la possibilità di poter realizzare il suo sogno, parte così una grande avventura a bordo di una casa volante che vede coinvolti, oltre a lui, un giovane e logorroico boy-scout, un cane parlante, uno struzzo in technicolor e un uomo scrupoloso pronto a tutto per raggiungere il suo obiettivo.

La Pixar segna un altro punto e con questo siamo a 10/10! Il decimo film della casa d’animazione più brava del momento, si dimostra essere un film all’altezza dei precedenti capolavori e non può far altro che soddisfare le alte aspettative. Come sempre si nota una grande cura per la storia, colonna portante di qualsiasi prodotto di alta qualità; le molteplici chiavi di lettura del film e la profonda caratterizzazione dei personaggi rendono il lungometraggio qualcosa di più che un semplice film d’animazione, è un’esperienza. La tridimensionalità dei caratteri dei protagonisti, che non è resa grazie alla tecnologia tridimensionale, li rende più umani che mai e lo spettatore si ritrova profondamente coinvolto nella vicenda. Il conflitto tra il desiderio materiale e quello spirituale è impersonificato dai due personaggi adulti che rappresentano uno l’opposto dell’altro. L’incipit del film è fenomenale e vale da solo il prezzo del biglietto; ancora una volta le sole immagini e l’uso ridotto delle parole riescono più di ogni altra cosa a raccontare un’intera vita, commuovendo ed emozionando lo spettatore come non mai. La vena comica caratterizzante molte parti del film è ben equilibrata, usata molto bene e non troppo invasiva, lascia spazio ad ottimi momenti drammatici e di riflessione come anche a momenti di puro action e movimento. Il supporto della musica è fondamentale e aiuta lo spettatore ad immedesimarsi e a vivere in prima persona le emozioni che provano i potagonisti; alcuni pezzi della colonna sonora sono davvero emozionanti e il tema principale è incisivo al punto giusto, sarà difficile levarselo dalla testa.
Sotto l’aspetto puramente tecnico sono visibili i progressi dell’animazione, soprattutto nella resa dei materiali e degli esseri umani. L’utilizzo del 3D, inizialmente non previsto, è uno dei migliori fino ad ora visti in quanto non troppo invadente e utilizzato nel modo migliore; le scene ambientate in cielo sono quelle dove la stereoscopia si nota di più creando la giusta sensazione di vertigine che sicuramente anche i personaggi del film provano.

Un film più adulto di quello che si potrebbe pensare, adatto a qualsiasi tipo di spettatore; un film universale. I temi del desiderio e del sacrificio sono quelli più evidenti e vengono analizzati in modo eccelso, non può mancare, naturalmente, il tema dell’amore. L’avventura sognata per una vita si dimostra essere diversa da quella pensata e troppo spesso ci si dimentica del presente perchè si vive nella speranza di un futuro. Un’avventura si può tradurre così nella semplice possibilità di poter anche solo sperare di raggiungere il proprio obiettivo. Il sacrificio che si è disposti a fare per veder esauditi i propri sogni ripaga sempre e diventa una necessità per poter fare la cosa giusta. Il passato rimane passato ed è importante imparare a guardare al presente senza però dimenticare. Tutto ciò la Pixar ce lo dimostra con questa storia, il racconto e la prova che la vera avventura è la nostra vita.
L’era glaciale 3 – L’alba dei dinosauri
9 Settembre 2009 at 11:26 | In Cinema | 1 CommentLa sempre scatenata compagnia di animali preistorici che tanto abbiamo apprezzato nei due film precedenti ritorna con una nuova avventura, questa volta nelle terre dominate dai dinosauri, con un occhio attento e di riguardo ai temi già trattati nei precedenti capitoli: la famiglia e l’amicizia.

L’era glaciale 3 – l’alba dei dinosauri, risulta un film riuscito in molti punti ma non esente da difetti. La stanchezza della saga forse incomincia a sentirsi e l’inserimento dei dinosauri, scelta comunque molto azzeccata, non aiuta in questo senso. Dopo un secondo capitolo un po’ sottotono, forse anche a causa del grande successo e dell’alta qualità del primo film, la saga riesce con quest’ultimo lungometraggio a ritrovare un po’ di fascino. I difetti presenti nel film si presentano fin dalle prime immagini, la storia infatti fatica a decollare e i primi minuti risultano forse troppo lenti; questo problema però, con il passare del tempo, si sente sempre di meno fino a quando finalmente il film mette la marcia più alta e diventa uno dei più divertenti tra i tre. Merito di ciò è da attribuire sicuramente al personaggio di Buck, new entry nella saga, che porta frizzantezza, ritmo e molto divertimento. Come è ormai tradizione, gli intermezzi con protagonista il mitico Scrat non deludono anche se non stupiscono dato che la campagna pubblicitaria si è basata soprattutto su questi.

A livello tecnico si nota un grande miglioramento delle animazioni e dei dettagli; rispetto al primo capitolo l’immagine risulta più pulita e dettagliata, il pelo degli animali, per esempio, si comporta con più realisticità rispetto a prima. La regia, presente qui più che negli altri film, offre alcuni spunti davvero interessanti anche in questo caso in riferimento alle scene con protagonista Buck. Da apprezzare il lavoro svolto sul design dei dinosauri e sugli ambienti quasi tropicali che costituiscono il palcoscenico sul quale si svolge l’azione per quasi tutta l’interezza del film. Il fattore 3D non lo si nota quasi, la visione in due dimensioni risulterebbe praticamente uguale. Nota abbastanza negativa riguarda le musiche che non sono tanto incisive come lo erano nei precedenti film e si sente la mancanza di un tema centrale caratterizzante la saga e comune ai tre lavori.
I temi trattati, anche se in questo caso molto alla leggera, sono sempre quelli: il valore della famiglia e dell’amicizia. Sfruttate bene tutte le occasione per inserire un insegnamento adatto ai bambini. In definitiva si tratta di un film molto divertente e sicuramente all’altezza degli altri capitoli. Un quarto film sarebbe il benvenuto, sempre che riesca a portare, però, una qualche novità interessante e un po’ diversa da quello visto fino ad ora.
Oggi è l’Avatar•day
20 Agosto 2009 at 11:31 | In Cinema | Leave a CommentFinalmente è arrivato l’Avatar•day. Molti di voi forse non sapranno nemmeno di che cosa si tratta ma per gli appassionati di cinema, come me, è un grande giorno. Oggi infatti, questa cosa vi sembrerà probabilmente un po’ malata, uscirà il trailer di uno dei film più attesi di sempre, Avatar appunto.
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Avatar è il nuovo lungometraggio del grandissimo regista James Cameron che tutti conoscono per capolavori quali Terminator e l’indimenticabile Titanic. Le voci che si rincorrono ormai da mesi parano di un film colossale che cambierà il modo di concepire il cinema, lo Star Wars dei tempi moderni. Una grande schiera di illustri registi hanno potuto assistere alla proiezione di alcune sequenze del film e tutti sono concordi nel dire che sarà un’esperienza unica e indimenticabile. Alcune scene sono state recentemente mostrate anche al Comic-con di San Diego mandando in visibilio i numerosissimi e fortunati spettatori. La grandiosità del progetto sta nelle rivoluzionarie tecnologie utilizzate per realizzare il film, tecnologie sviluppate appositamente per questo scopo dal regista stesso e che sembrerebbero apportare grandi novità sul modo di fare cinema.
Avatar è un film che sta nel bel mezzo tra vari generi tra i quali ci sono la fantascienza e il fantasy. Esso parla di un veterano di guerra paraplegico di nome Jake che viene portato sul pianeta Pandora dove vive una razza aliena di nome Na’vi, razza umanoide con un linguaggio e una cultura propri. Un Avatar è una mente umana in un corpo alieno che si ritrova diviso tra due mondi, combattendo disperatamente per la propria sopravvivenza e quella degli indigeni del suo pianeta.
Il regista, lontano dalle scene cinematografiche dal suo ultimo successo, Titanic, ha lavorato al film per ben cinque anni prima delle riprese basandosi su una sceneggiatura scritta dodici anni prima. Il film è stato concepito per la visione stereoscopica 3D che promette scintille e novità rispetto a quelle recentemente viste. L’esperienza di immersione nel mondo creato dal film sarà a 360 gradi e la storia trascinerà lo spettatore in una realtà completamente diversa. Alle ore 16 di questo pomeriggio in contemporanea mondiale uscirà il tanto atteso teaser trailer che svelerà le primissime immagini del film a tutti il mondo. Dopodichè possiamo aspettarci una massiccia campagna marketing di pubblicizzazione che invaderà tutti i possibili mezzi di informazione fino alla data del 18 dicembre, data di release del film.
Sentirete dunque parlare ancora spesso di questo film nella speranza che tutte le grandi aspettative che sta creando siano alla fine soddisfatte e che quello che il film promette sia effettivamente vero.
Harry Potter e il principe mezzosangue
17 Luglio 2009 at 19:20 | In Cinema | 1 CommentE’ arrivato finalmente nei cinema di tutto il mondo l’attesissimo adattamento cinematografico del sesto libro della saga letteraria creata da J.K.Rowling. Harry Potter e il principe mezzosangue è un film discontinuo che presenta alti e bassi in tutti i suoi aspetti e che, personalmente, è una piccola delusione.
Esistono due modi, entrambi validi, di analizzare un film di Harry Potter; il primo è prendendo il film come un’opera cinematografica componente una saga anch’essa cinematografica e analizzarlo come tale, il secondo è tenendo conto del fatto che si tratta pur sempre di una trasposizione di un libro e quindi un derivato da un’altra opera. Personalmente preferisco il primo metodo, soprattutto per il fatto che solitamente, in questo modo, i film possono essere giudicati, almeno in parte, soddisfacenti. Harry Potter e il principe mezzosangue non è un’eccezione e si presenta moderatamente deludente nel primo caso e deludente nel secondo.

Partendo dal fatto che probabilmente il sesto libro è il migliore della saga purtroppo non si può dire la stessa cosa della sua controparte cinematografica. Punto debole del film è senza dubbio la sceneggiatura; se da una parte si presenta più scorrevole e meno spezzettata rispetto a quella del quinto film, dall’atra ci sono buchi narrativi, scelte poco felici per quanto riguarda i dialoghi ed errori di causa-effetto che la rendono appunto il tallone d’Achille del film. Durante tutto il film accade davvero poco, i fatti narrati hanno di rado delle conseguenze e alcuni di essi sembrano inseriti nel film sbagliato o non hanno alcuna ragion d’essere. Il tentativo di bilanciare le scene dark con quelle più leggere è abbastanza riuscito a parte qualche episodio in cui, a parere mio, lo sceneggiatore ha calcato un po’ troppo il polso e come risultato si sono ottenute alcune sequenza addirittura imbarazzanti e alquanto inadatte ad un film di Harry Potter. E’ difficile capire con chiarezza quale sia l’intento del film dato che non esiste una trama principale e ci si trova davanti ad avvenimenti slegati tra loro che non hanno né un inzio né una fine. La regia è fortunatamente
migliorata rispetto al film precedente e sembra quindi che il regista si sia trovato un po’ più a suo agio inserendo ogni tanto qualche inquadratura interessante che spezza un po’ la piattezza generale. Le musiche sono quasi inesistenti e, quando si sentono, sono inadatte e brutte, sicuramente contribuiscono a rendere poco efficaci le scene più importanti del film che non riescono a trascinare lo spettatore nella spirale emotiva che, in teoria, dovrebbero creare. Apprezzabile la cura con la quale ci si è impegnati ad inserire rimandi a film precedenti e strizzatine d’occhio agli spettatori più attenti e fedeli alla saga sia letteraria che cinematografica. L’aspetto tecnico miglior sfruttato è sicuramente la fotografia, i colori spenti e molto malinconici aiutano a trasmettere meglio l’atmosfera di tristezza e di preludio all’epilogo che si dovrebbe respirare durante tutta la visione.
Le prove attoriali sono apprezzabili. Il cast adulto è sicuramente migliore di quello più giovane e spiccano su tutte le interpretazioni di Michael Gambon (Albus Silente) e di Jim Broadbent (Horace Lumacorno). Il, fino ad ora, nascosto interprete di Draco Malfoy, Tom Felton, trova qui un po’ più di spazio e si dimostra in grado di trasmettere lo spirito inquieto del suo personaggio molto bene. Per quanto riguarda il trio protagonista è da notare la bravura di Emma Watson e le grandi capacità comiche di Rupert Grint; rimane purtroppo nascosta la, forse esistente, bravura di Daniel Radcliffe.
Tirando le somme il film non può che uscire sconfitto nel confronto con la, per ora, miglior trasposizione della saga: Il prigioniero di Azkaban. La delusione è molta e la riconferma dello stesso regista per gli imminenti seguiti, già in fase di riprese, non fanno altro che creare preoccupazione per le sorti cinematografiche di una delle saghe più prolifiche e famose di tutti i tempi. Speriamo che si riesca una volta per tutte ad offrire ai fan e non un degno epilogo alla meravigliosa creatura, che una certa scrittrice inglese, ci ha regalato.
Coraline e la porta magica
22 Giugno 2009 at 21:14 | In Cinema | 3 CommentsL’affascinante tecnica dello stop motion torna a farsi notare al cinema offrendo un buonissimo prodotto. Dal poco noto regista di “The nightmare before Christmas“ Henry Selick, ecco la storia di una ragazzina dal forte carattere che impara a distinguere il bene dal male, anche quando quest’ultimo si nasconde dietro i vividi colori di un mondo affascinate, attraente ma troppo perfetto.
Coraline e la porta magica è la definitiva prova che ormai i film d’animazione riescono molto più di quelli girati in live action a raccontare storie originali, interessanti e con lo scopo di trasmettere qualcosa di importante. E’ davvero interessante notare questo particolare di non poco conto perchè fino a poco tempo fa si pensava al “cartone animato” come ad un film il cui scopo era lo svago, diretto ad un target ben preciso mentre ora sono sempre più presenti film che, realizzati con queste tecniche, si rivolgono ad una sfera di pubblico più ampia, permettendo anche agli adulti di godere delle meraviglie che tali film, spesso, offrono.

Henry Selick, già da tempo pioniere nel dirigere film in stop motion, si dimostra ancora una volta all’altezza del compito e riesce ad impacchettare un film davvero interessante sotto tutti i punti di vista ma purtroppo anch’esso non esente da piccoli problemi e difetti che non lo rendono il capolavoro che ci si potrebbe aspettare. La regia di Selick offre infatti alcuni spunti particolarmente attraenti, soprattutto nelle sequenze dell’”altro mondo”, creando movimenti di macchina che, uniti al facino del 3D, portano lo spettatore a provare vero e proprio stupore e a rimanerne incantato. La storia, adattamento di un romanzo di Neil Gaiman, è ben raccontata e permette una perfetta caratterizzazione dei personaggi principali, punto forte dell’intero film. La mancanza di un ritmo sostenuto caratterizzante tutto l’arco narrativo, rende il tutto un po’ troppo lento, cosa che potrebbe rendere a tratti noiosa la visione.
Cercando di analizzare il nuovo aspetto tecnico rappresentato dal 3D ci si ritrova finalmente davanti alla prova che questa tecnica uno scopo, oltre all’intrattenere, ce l’ha; la maggior tridimensionalità presente nell”altro mondo” può essere spunto di riflessione oltre al fatto che vengono accentuate alcune parti che rendono molto oniriche certe sequenze, un’eperienza da provare. Le musiche sono purtroppo poco incisive e si sente la mancanza di un tema centrale di carattere che si faccia ricordare anche dopo la visione.
Sommato tutto, il film rimane un prodotto di tutto rispetto che si distingue nella desolazione cinematografica presente in questo periodo, un film che riesce a trasmettere qualcosa che fa provare emozioni contrastanti e che fa uscire dalla sala per una buona volta soddisfatti.
Angeli e demoni
28 Maggio 2009 at 21:11 | In Cinema | 4 CommentsUna breve tregua dagli esami universitari mi permette di dedicarmi un pochino a questo blog e a spendere qualche ora al cinema con gli amici.
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Nella saga cinematografica diventa il sequel de “Il codice Da Vinci” anche se cronologicamente, nel dittico letterario, le storie narrate in “Angeli e Demoni” si svolgono prima. Ron Howard torna dietro la macchina da presa per raccontare la nuova “avventura religiosa” di Robert Langdon, ancora interpretato da Tom Hanks, regalando un thriller un po’ vuoto e piatto.
Tratto dal primo libro di Dan Brown, Angeli e demoni parla del primo caso sottoposto all’ormai famoso esperto di simboli Robert Langdon che si trova a dover trovare un percorso nascosto tra le vie di Roma per individuare una bomba che, nel momento più vulnerabile della chiesa cattolica, minaccia di far sparire dalla faccia della terra la Città del Vaticano. Ron Howard è sicuramente un ottimo regista; è capace di alternare progetti di grande valore a prodotti d’intrattenimento e meno impegantivi ottenendo sempre e comunque molto successo. Angeli e demoni rimane però purtroppo un film ben girato, con ottime musiche e interpretazioni nella norma, un film che non lascia il segno e che nell’odierno panorama cinematografico non porta alcuna novità.
Registicamente parlando il lavoro svolto è eccellente, il regista è capace di utilizzare la macchina da presa come vera e propria protagonista del film, con un montaggio ben orchestrato il film rimane gradevole anche se non mancano difetti e imperfezioni. La sceneggiatura, come lo era già per “Il codice Da Vinci”, è il punto debole del film. Probabilmente parte del problema risiede nel tipo di storia da raccontare che richiede troppe spiegazioni che rendono il film troppo poco costante e lineare, i cali di ritmo sono dunque numerosi e non permettono allo spettatore di mantenere quello stato di ansia e “agitazione” che un buon thriller dovrebbe saper donare. Le interpretazioni sono, come detto, nella norma; Tom Hanks si comporta bene nei panni del simbolista e riesce a riproporre lo stesso personaggio presentato ne “Il codice Da Vinci”. Come al solito, Hans Zimmer propone una score molto adatta ed emozionante, le musiche sono un riadattamento dei temi del primo film con qualche novità; sicuramente la colonna sonora è ottima da ascoltare singolarmente, nel film viene forse un po’ sacrificata diventando troppo ripetitiva nei vari momenti della pellicola.
Tutto sommato Angeli e Demoni è un buon sequel, migliore del film precedente ma che rimane su un livello di mediocrità troppo comune nel cinema d’oggi. Contenuti poco interessanti, sceneggiature che presentano dialoghi mal scritti, personaggi poco attraenti e realistici sembrano ormai essere le caratteristiche principali del cinema moderno, fortunatamente con qualche eccezione. Speriamo che Ron Howard presto ci regali un altro film al livello del bellissimo “Frost/Nixon”.
Gran Torino
21 Marzo 2009 at 17:58 | In Cinema | 3 CommentsE’ necessario il sacrificio di qualcuno per porre fine alla violenza generatrice di violenza, c’è bisogno che qualcuno si faccia da parte perchè il mondo è cambiato. I valori di una volta a cui si credeva fermamente e per i quali si combatteva vengono schiacciati e hanno perso la loro importanza, questo è il mondo di oggi.
Walt Kowalski è un veterano della guerra in Corea e, vedovo da poco, si ritrova a vivere da solo nella sua casa in un quartiere dove ormai vivono solamente stranieri, cinesi di etnia Hmong. Razzista e poco socievole è in conflitto con la sua famiglia, non ha un buon rapporto con i suoi figli nè con i suoi nipoti perchè vede in loro la degenerazione di quei valori per i quali ha combattuto. L”unica cosa che lo rende fiero e felice è la sua preziosa Ford Gran Torino. Una serie di avvenimenti porteranno Walt a ricordare i brutti momenti del passato e a rivelare parti di se stesso nascoste da sempre.

Clint Eastwood è ormai una garanzia, ogni film che dirige merita le migliori lodi possibili e questo Gran Torino non è da meno. Le storie portate al cinema dal regista/attore sono sempre originali e poco scontate; nel panorama del cinema odierno, sovraffollato di film fotocopia, sequel e remake, si sente la forte necessità di storie come queste, genuine, vere, profonde, attuali e con un forte significato. Gran Torino analizza principalmente il tema del razzismo e della globalizzazione, del loro effetto sulle persone e di ciò che ne consegue. In questo contesto si inserisce il personaggio interpretato dall’ottimo Clint che non poteva scegliere ruolo migliore per dire addio alla carriera di attore. Walt Kowalski si evolve durante tutta la vicenda, inizialmente disgustato dalla presenza di così tanti stranieri nel suo quartiere si ritroverà poi a socializzare con loro e a condividere il suo tempo scoprendo di avere più cose in comune con loro che con la sua famiglia. Il razzismo dapprima caratterizzante la sua persona si dimostra poi essere soltanto uno scudo sotto il quale nascondere la sua paura, il suo senso di colpa, il suo profondo rimorso frutto di un passato vissuto in guerra, una guerra che lo ha distrutto perchè, come dice lui stesso: “Quello che ossessiona di più un uomo è ciò che non gli è stato ordinato di fare”. Tutto questo traspare dall’interpretazione di Easwood in modo eccellente, la continua espressione tirata e tesa sul suo volto racconta già da se il personaggio.
Come detto prima la storia è di quelle che non se ne vedono molte in giro. Merito di una sceneggiatura scorrevole e pregna di momenti forti e significativi, lo spettatore viene coinvolto in un turbinio di emozioni che crescono ad ogni secondo che passa fino al commovente finale. Interessante e di grande importanza è il personaggio del giovane prete che, con la sua insistenza e le sue parole, riesce a scavare nell’animo del protagonista e a fargli smuovere qualcosa all’interno che in qualche modo lo cambia. Uno dei tanti pregi del film è rappresentato dal fatto che non è mai noioso e che riesce a presentare momenti più leggeri e anche divertenti, giocando soprattutto sulle differenze e sulle incomprensioni tra le varie culture, in modo prefetto e mai fuori luogo. Le musiche giocano un ruolo importante, soprattutto nei momenti in cui si ripropone il motivo della guerra che rappresenta per il protagonista un necessario ritorno al doloroso passato. La prevedibilità del finale in altri film sarebbe un problema ma in questo non lo è perchè il finale è quello giusto. E’ difficile vedere un film che abbia una fine soddisfacente e, fortunatamente, Gran Torino, è uno di quelli. Sarei rimasto male nel vedere il film con una fine diversa proprio perchè quella effettiva è quella più adatta.
Insomma, Gran Torino è un film che merita un posto tra i grandi film di Clint Eastwood che sembra non essere mai stanco di fare capolavori. Mi stupisce il fatto che i suoi ultimi due film, “Changeling” e appunto “Gran Torino”, non siano stati presi in considerazione dall’Accademy per la serata degli Oscar ma questo non mi turba. Ora il buon Clint è già al lavoro sul suo prossimo film, “The human factor”, che già si preannuncia come un ennesimo grande film.
The wrestler
12 Marzo 2009 at 22:26 | In Cinema | 2 CommentsRandy “The Ram” Robinson era un wrestler professionista di successo alla fine degli anni ‘80. Venti anni dopo si paga da vivere esibendosi davanti ai suoi fan su piccoli ring nelle palestre dei licei e in piccoli tornei nel New Jersey; durante un incontro molto duro un infarto lo colpisce e lo costringe a chiudere definitivamente con il wrestling. Questo lo constringe a confrontarsi con se stesso, a guardarsi indietro e a riflettere sulla sua vita.
Finalmente è uscito anche nelle sale italiane l’acclamato film di Darren Aronofsky con Mickey Rourke, Marisa Tomei e Evan Rachel Wood. Voglio scrivere fin da subito che una volta finito il film sono rimasto incollato allo schermo per tutti i titoli di coda perchè mi ha davvero colpito molto. Un film estremamente struggente, doloroso e profondo. La storia mi ha toccato nell’animo emozionandomi come pochi film sanno fare. Gran parte del merito per questo risultato va sicuramente ad una grandissima interpretazione di Mickey Rourke che non sembra nemmeno recitare, si è trasformato nel personaggio diventando Randy Robinson; con la visione del film mi dispiace ancora di più per la mancata vittoria agli Oscar dell’attore che avrebbe davvero meritato. La vicenda narrata è semplice, lineare e scorrevole ma allo stesso tempo estremamente complessa e articolata perchè riesce, senza troppi giri di parole, a raccontare benissimo la situazione di un uomo che si ritrova a dover affrontare le sue paure. Il timore nel doversi confrontare con se stessi e con quello che gli altri vorrebbero vedere, la voglia ritrovata di ricostruire un’esistenza ricominciando dai rapporti umani che si hanno trascurato, il disagio provato nel trovarsi in una situazione che non si sente come propria, il dover per forza di cose essere quello che non si è.
Il lavoro di Darren Aronofsky dietro la macchina da presa è delicato ma significativo, l’uso della camera a spalla sottolinea l’incertezza e la paura del personaggio nei momenti in cui è a disagio anche se all’inizio potrebbe dare un po’ fastidio, non troppo invadente e quasi invisibile il regista firma un ottimo lavoro, in perfetta linea con la storia raccontata. Punto vincente, oltre agli attori, è sicuramente la colonna sonora firmata Bruce Springsteen, anch’essa delicata quando deve e forte e potente in altri momenti. La ricostruzione del mondo del Wrestling è quella che nessuno si aspetterebbe, la spettacolarità degli incontri e i deliziosi momenti “dietro le quinte” impreziosiscono ancora di più il film.
Difficile fare una critica su un prodotto che mi ha colpito così tanto, trovo difficile riuscire a vedere difetti importanti. Probabilmente l’unica cosa che non mi ha convinto pienamente è il personaggio di Evan Rachel Wood e di conseguenza la sua interpretazione che non mi ha colpito molto, prendendo comunque in considerazione il fatto che ha un ruolo molto limitato. Infine ho apprezzato molto, non so bene il perchè, il nero un po’ prolungato prima dei titoli di coda, mi ha letteralmente incantato, i pensieri in testa giravano come trottole ed ero quasi spaesato dopo un finale molto particolare e proprio per questo entusiasmante.
Non mi resta che consigliare a tutti la visione del film che secondo me poteva benissimo ricevere qualche riconoscimento in più di quello che ha effettivamente ottenuto. Difficile rimanere indifferenti davanti ad un prodotto tanto curato, come anche riuscire a trattenere le emozioni in presenza di una storia come questa; in fondo non è la storia di un uomo qualunque, è la storia di un wrestler.
And the Oscar goes to…
23 Febbraio 2009 at 19:47 | In Cinema | 6 CommentsUna delusione. Ho sperato fino alla fine in una specie di miracolo, credevo nella possibilità di una nottata sorprendente e piena di cose inaspettate e piacevoli ed invece tutto è andato come si poteva prevedere da tempo, pochissime sorprese, show abbastanza piatto, incolore fino a diventare quasi noioso.
Slumdog Millionaire porta a casa ben 8 statuette dorate, alc
une delle quali assolutamente incomprensibili; un risultato alquanto esagerato, soprattutto prendendo in considerazione i diretti avversari del film di Danny Boyle che, secondo chi scrive, avrebbero meritato più riconoscimenti. I premi per le categorie più importanti (Miglior film e regia) a pochi giorni dalla cerimonia, con la consegna degli ultimi premi di categoria, erano quasi scontati anche se da parte mia poco comprensibili dato che ritengo Slumdog Millionaire un film godibile, ben diretto e ben scritto ma non proprio meritevole di un premio tanto prestigioso quanto l’Oscar. Il curioso caso di Benjamin Button vince solamente per il numero di nomination, infatti su 13 candidature riesce a portare a casa solamente 3 statuette e tutte in categorie tecniche (Miglior trucco, effetti visivi e scenografie), questo a parere mio doveva essere il film vincitore in assoluto perchè ottimo sotto tutti gli aspetti, migliore in tutto e per tutto a The millionaire.
Una piccola sorpresa proviene dalla vittoria di Sean Penn come miglior attore protagonista per Milk a discapito della più prevedibile vittoria di Mickey Rourke che rimane invece a bocca asciutta. Un’ emozionatissima Kate Winslet porta finalemente a casa il premio che le spetta da tempo anche se sembra più un riconoscimento alla carriera e per le numerose candidature fallite dell’attrice dato che la sua interpretazione in The reader è inferiore a quelle delle sue concorrenti. Facili da prevedere le vittorie di Heath Ledger, oscar postumo per il ruolo de il Joker ne Il cavaliere oscuro, e di Penelope Cruz nelle categorie per miglior attore/attrice non protagonista.

Wall•e vince solamente come Miglior film d’animazione, cosa per me abbastanza scandalosa; meritava assolutamente la vittoria anche nelle categorie Miglior colonna sonora, per lo stupendo il lavoro di Thomas Newman (Prima o poi lo vincerà un Oscar?) e Canzone per film, per Down to earth di Peter Gabriel, entrambe vinte inspiegabilmente da Slumdog Millionaire. Un po’ meno amara la sconfitta nella categoria Sound editing vinta meritatamente da Il cavaliere oscuro.
Per il resto, la parte migliore dello show è sicuramente Hugh Jackman che prepara uno spettacolo interessante in parte, con un’apertura molto apprezzabile e divertente dove dimostra doti canore invidiabili insieme ad una grandissima Anne Hathaway. Divertentissimo Jack Black, che insieme a Jennifer Aniston, presenta in un modo alquanto inusuale, ma non per lui, la categoria dei film d’animazione.
Infine, vorrei non farlo, ecco gli imbarazzanti risultati delle mie, troppo speranzose, pervisioni (Ricordo che riguardano solamente le categorie più importanti). Su 10 categorie ne ho indovinate solamente… 5! Se inventassero un Oscar per le migliori previsioni non avrei alcuna possibilità di vincere. Un risultato alquanto deludente.
Tre in uno…
8 Febbraio 2009 at 18:31 | In Cinema | 3 CommentsRecentemente, nonostante il periodo abbastanza impegnativo, sono riuscito ad andare al cinema spesso e a vedere quindi alcuni dei film che più mi interessavano.
Milk
Questo film è essenzialmente una perfetta ricostruzione storica della vita di Harvey Milk, primo uomo omosessuale a coprire una carica politica pubblica negli Stati Uniti d’America. Tutto il film è un vortice di emozioni continue. E’ impossibile non affezionarsi ai protagonisti grazie alle ottime interpretazioni di tutto il cast, soprattutto quella di Sean Penn che merita l’Oscar. Tutto il reparto artistico ha fatto un ottimo lavoro: ambientazioni, costumi, scenografie, tutto perfettamente credibile. Gus Van Sant firma una regia coinvolgente e il montaggio crea un continuo senso di attesa e di speranza. Nonostante l’esito della vicenda lo si conosca fin dall’inizio, la parte finale rimane molto d’effetto e funziona molto bene. Un film attualissimo nonostante si parli del passato, si parla di temi attuali in chiave storica, non c’era periodo migliore per fare questo lungometraggio. Lo consiglio vivamente a tutti.
Revolutionary Road
L’illusione della perfezione, la paura del cambiamento, la consapevolezza del fallimento e la ricerca di una soluzione. Il film di Sam Mendes parla di tutto ciò. Raccontando la storia di una famiglia apparentemente perfetta si approfondiscono temi importanti, attuali e molto presenti nella vita di tutti. Una visione triste e pessimistica della concezione comune di felicità. I temi molto interessanti sono trattati bene, la storia è adatta ma si fa troppa fatica ad avvicinarsi ai protagonisti, è difficile immedesimarsi in loro nonostante le ottime prove attoriali, Kate Winslet e Leonardo di Caprio formano una coppia formidabile. Una visione più ampia della vicenda avrebbe sicuramente aiutato il film a rimanere più impresso nella mente dello spettatore. La regia è ricca di spunti interessanti e la ricostruzione storica ed ambientale del tempo è perfetta. Nota molto positiva è rappresentata dalle musiche, esse accompagnano l’evolversi della vicenda in modo delicato e molto aderente. Personalmente mi aspettavo qualche cosa in più ma rimane un film di ottima fattura.
Il dubbio (Doubt)
“Il dubbio è un vincolo potente quanto la certezza”. Con queste parole Padre Flynn, interpretato da un ottimo Philip Seymour Hoffman, apre uno dei suoi sermoni domenicali, non ci sono parole migliori per descrivere il film che racconta la sua storia. La razionalità e la ragione sono spesso offuscate dalla certezza e dalla convinzione derivanti da ipotesi e supposizioni diventate fatti reali grazie all’influenza dell’egoismo e della natura stessa dell’uomo che è difficile da modificare nonostante l’evoluzione del mondo lo richieda; così nasce lo splendido conflitto che da origine alla storia de “Il dubbio”. Un ottimo film, interpretazioni perfette, tutti i personaggi sono raccontati a 360° e offrono personalità molto interessanti, tutte diverse e tutte ben approfondite. Il regista, tramite impercettibili movimenti di camera e strane angolature, rende il film mobile e dona un senso di incertezza nello spettatore che si ritrova molto coinvolto. Unica pecca è forse la troppa semplicità e linearità della trama, qualche complicazione in più avrebbe reso sicuramente la vicenda più coinvolgente che rimane comunque molto ben raccontata. Si poteva osare di più.
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